20/09/2017 14:28

I baffi in seta
della Gioconda

“Mia madre era una prostituta e lo sarei diventata anch’io se don Mazza non mi avesse salvata... Però oggi le dita mi fanno male e ho la vista annebbiata... Il don è molto esigente, ma quello che sto realizzando mi fa sentire viva”.

È la storia di Pia, Lisetta, Gilda, Elvira, Angela e delle circa 240 ragazze che dal 1828 al 1965 frequentarono l’Istituto Femminile “Pia Società Maestre Cooperatrici di don Mazza”, in zona Veronetta. Ragazze di umili origini, che il sacerdote veronese, vocato alla difesa degli ultimi, trasformò in una élite di maestre artigiane dalle mani d’oro. E fu grazie al caso, o meglio, alla Provvidenza, che questo rifugio di carità si trasformò in una delle più qualificate industrie seriche a livello internazionale.

Qui si ricordano l’allevamento dei bachi da seta, la filanda dai 100 fornelli e la tintura vegetale; la produzione di fiori artificiali; i ricami in bianco, in seta a colori, in oro e argento. Le fanciulle imparavano “a leggere, scrivere e a far di conto per diventare brave donne di casa, utili alla famiglia e alla società” e frequentavano anche corsi di ricamo, rammendo invisibile, taglio e cucito. In religioso silenzio eseguivano i dettami della “zia”, attuale tutor, che alle sue nesse (nipoti) insegnava i segreti della cosiddetta “pittura ad ago”. Perfezione ed eccellenza erano i tratti distintivi del loro operato e se da un bozzolo si ricavavano fino a 1500 metri di filo di seta, possiamo dire che dai laboratori del don Mazza uscirono “chilometri” di opere d’arte che, nell’Ottocento, conquistarono ricchi borghesi e teste coronate. Alle Maestre Cooperatrici venivano commissionati preziosi corredi familiari e paramenti sacri, perché la loro abilità era considerata un dono di Dio.

Lia, Lisetta, Gilda… i nomi non sono di fantasia. Perché, tra le tante curiosità di questa storia straordinaria, sopravvive un ricchissimo archivio dei piani di lavoro, con nomi, prezzi e direttive. Scopriamo quindi che una semplice lettera ricamata costava 1 lira, quella più complessa 7 lire e 50 centesimi.

Nel Museo del Ricamo in via Don Mazza 14, sono conservati alcuni capolavori, firme indelebili sullo scampolo della Storia.

Qualche (incredibile) esempio?

Solo dopo aver avvicinato il bouquet di fiori al viso per sentirne il profumo si accorse che erano finti. L’imperatrice Elisabetta di Baviera (la principessa Sissi), in visita a Verona nel 1857, fu rapita da tanta maestrìa. E, a tutt’oggi, la pianta di camelia nella vetrinetta dei fiori artificiali, che nel 1842 vinse la medaglia d’oro all’Accademia di Agricoltura Arti e Commercio di Verona, è ancora perfettamente intatta.

Dall’Expò di Parigi (1855) provengono i diplomi di merito firmati da Carlo Luigi Napoleone Bonaparte, mentre, poco più in là, la “Verona Illustrata con l’ago” su un fazzoletto di batista sbaragliò la concorrenza all’Expò di Milano del 1882. La Basilica di San Zeno, la Chiesa di San Fermo, il Ponte di Castelvecchio e il Ponte Navi vanno ammirati con la lente di ingrandimento perché non più grandi di un palmo di mano.

Il paramento “in quarto” dei quattro sacerdoti concelebranti la Messa solenne permetteva ai fedeli di leggere sui loro capispalla episodi dell’Antico e del Nuovo Testamento: 62 figure umane in sete policrome con ornamenti d’oro e d’argento impegnarono 15 Maestre Ricamatrici per 16 anni (1845-1861). Inviato a Papa Pio IX da Ferdinando I d’Asburgo, questo capolavoro sacro dell’arte serica scaligera è conservato in Vaticano nella sacrestia della Cappella Sistina. Non torna a Verona dal 1989 quando, assicurato per 6 miliardi di lire, fu esposto in sala Maffeiana in occasione del bicentenario dalla nascita di don Mazza (Verona, 1790-1865).

La prossima opera è difficile da descrivere, perché è da vedere.

Su quadro preparatorio di Giovanni Caliari, il tema laico tratta di una comune cacciagione. Ma se il pittore ebbe gioco facile nel rendere la tridimensionalità con colori e pennello, come è stato possibile ricrearla fedelmente con… ago e filo? Quanti piani si contano tra l’orizzonte, gli alberi, la beccaccia, la pernice e la lepre in primo piano? Da cosa nasce l’effetto cangiante, che muta al mutare della posizione dell’osservatore? Esistono così tante sfumature nel monocolore grigio-verde?

Solo le mani più esperte conoscevano i segreti della pittura ad ago.

A chi toccò in sorte un simile talento? A chi la sventura di un nome sconosciuto ai posteri?

Non saranno il sorriso enigmatico di Monnalisa, ma i filiformi baffetti in seta “del lepre” deridono la morte con una smorfia dal sapore eterno. Il mistero della Maestra Cooperatrice che li realizzò mi riporta col pensiero al mistero della Gioconda.

Chiudiamo questo excursus al Museo del Ricamo con i rammendi invisibili, che perdurarono fino alla chiusura della scuola nel 1965. Invisibili perché perfetti, senza sbavature, quasi inesistenti. Invisibili, come sarebbero state le Maestre Cooperatrici se non avessero conosciuto don Nicola Mazza. Invisibili, come saranno, se questa storia non attirerà l’attenzione di chi legge.

A me l’ha raccontata la maestra Gabriella Gallio, oggi ottantenne, ultima testimone diretta di una Verona nascosta che fu.

Perché questa è anche la sua storia.

Susanna Carli

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