25/10/2017 18:10

L'ENIGMA DELLE
TESTE MOZZE

(GUARDA IL SERVIZIO) Chissà quante volte li avrete notati, ma senza… vederli. Quattro busti in marmo in una cornice appesa al muro secoli fa.

Siamo in Via Del Pontiere, all’incrocio con Via Pallone, sulla destra dell’arco nelle mura, all’ingresso del tratto pedonale che tra una panchina (sporca) e un albero (raro) ci porta dritti al fiume, verso Ponte Aleardi.

Quattro nicchie arcate contenenti, ciascuna, la sua testa mozza.

Si tratterebbe di un monumento funebre o di un’edicola votiva del I secolo dopo Cristo; il condizionale è d’obbligo, perché la storia è avvolta dal mistero. Nessuna iscrizione, nessun documento; solo tanta curiosità attorno a questi personaggi, consumati dagli anni e dallo smog. Sono sicuramente ritratti maschili, ma non capiamo se siano felici o arrabbiati, fieri o truci. Semplicemente, enigmatici. Come enigmatico è il toponimo del luogo: Via Ponte Rofiolo. Ma il ponte... dov’è?

La storia è certa, le ipotesi plausibili.

Torniamo al tempo in cui, dove ora camminiamo sulla terraferma, c’era l’Adigetto, un canale artificiale realizzato da un antico alveo di rotta dell’Adige, che, in epoca romana, chiudeva a sud il centro storico. Il fiumiciattolo deviava all’altezza di San Zeneto, sulle Regaste, proseguiva lungo il fossato sud di Castelvecchio, fiancheggiava Palazzo Carli (dove oggi si vede un tappeto erboso), scorreva sotto il ponte di Via Daniele Manin, lungo Via Roma arrivava all’Interrato Torre Pentagona, proseguiva nell’odierna Via Adigetto (indirizzo dell’Anagrafe) e si rituffava in Adige all’altezza di Ponte Aleardi. In questo modo, la città antica, compresa tra l’ansa del fiume e questo ramo secondario, doveva presentarsi come un’isola. L’Adigetto rinforzava a modo suo la difesa della città, in quanto fossato esterno alla cinta muraria comunale, quella sì ancora ben visibile. Venne completamente interrato dopo la Prima Guerra Mondiale.

Quindi, tornando a noi e alle nostre teste mozzate, il fiume c’era e il Ponte Rofiolo pure. Il toponimo è curioso e viene giustificato da alcune ipotesi, che ci fanno giocare con le parole, la grammatica e la fantasia.

La prima deriva da una popolare denominazione dell’Adigetto, considerato “fiumiciattolo figlio” dell’Adige. Quindi unendo “rio” (sostantivo maschile singolare) al latino “filius” (distorto nel dialettale “fiol”) ecco il neologismo “riofiolo”. Da qui a Rofiolo, il passo è breve.

La seconda ipotesi è decisamente meno simpatica, perché ci racconta di un omicidio.

I quattro volti sarebbero quelli di un padre e dei suoi tre figli, forse operai addetti alla costruzione del ponte. Al termine dei lavori, a causa di una diatriba familiare per motivi economici - il papà non avrebbe dato la mancetta ai ragazzi - i figli si sarebbero vendicati, uccidendolo. Ogni figlio sarebbe dunque un parricida, “reo” (aggettivo maschile singolare, cioè cattivo, ostile) colpevole della morte del padre. In tal caso, il latino “reo filio” con forzatura dialettale diventerebbe “reo fiol” poi plasmato in “rofiolo”.

Due strade parallele che si incontrano nello stesso punto: a voi la scelta di far scorrere acqua o sangue.

Innocenti o colpevoli, i quattro se ne stanno appesi per strada nell’indifferenza generale, a discorrere di tempo, traffico, di una città che cambia.

Io mi incammino verso l’Adige perché sono curiosa di vedere dove l’Adigetto sfociava nel fiume. Eccolo lì, lo sbocco, a valle di Ponte Aleardi, seminascosto dalle piante. Un arco in mattoni rossi sotto lo sguardo attento e fiero del Leone di San Marco, in bassorilievo sull’argine, a guardia e monito di chi entrava via fiume nella città scaligera, prezioso dominio della Serenissima Repubblica di Venezia. Ma questa è tutta un’altra storia.

Susanna Carli




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